PER NON DIMENTICARE A 10 ANNI DALLA MADRE DI TUTTE LE OPA

TELECOM: POSTA PRIORITARIA - lettera di Marco Travaglio all'on Massimo D'alema22-06-2007

 

Testo della lettera di marco travaglio

Gentile ministro Massimo D’Alema,

mentre impazzano le bufere giudiziarie, vorrei porle una questione squisitamente politica e finanziaria.
Non riguarda fondi neri o conti all’estero, ai quali non crediamo.
Riguarda la Telecom, cioè la prima azienda del Paese. Nel ‘99 il suo governo decide di privatizzarla totalmente.
Un ragioniere di Mantova, Roberto Colaninno, un piccolo finanziere di Brescia, Emilio Gnutti, e Giovanni Consorte, patron di Unipol, con 180 piccoli imprenditori padani lanciano l'assalto tramite una misteriosa società lussemburghese: la Bell. Chi mette i soldi?
Pochissimi gli imprenditori, moltissimi le banche: la sola Chase Manhattan presta 50 mila miliardi di lire. L’opa viene lanciata il 20 febbraio: 24 ore prima lei, presidente del Consiglio,
scende in campo in favore degli scalatori, col celebre elogio dei «capitani coraggiosi».
Probabilmente pensava che fosse un bene l’affacciarsi sulla scena di una nuova generazione di imprenditori.
Tant’è che non fece esercitare dal Tesoro la famosa “golden share”, cioè l’azione
di veto detenuta dal governo. Non solo: il 10 aprile ‘99 l’amministratore delegato di Telecom Franco Bernabè organizza la difesa: convoca l’assemblea straordinaria per deliberare un’opa di
Telecom sulla controllata Tim; una mossa che manderebbe alle stelle il prezzo di Telecom, rendendo impossibile la scalata dei “capitani coraggiosi”.
Ma perché l’assemblea sia valida devono essere presenti i titolari di almeno il 30% del capitale. Alla vigilia sono registrati azionisti per il 28%. Chi manca all’appello? Il Tesoro e Bankitalia: i due azionisti istituzionali.
Con i loro pacchetti il quorum sarebbe agevolmente superato, la straordinaria andrebbe a buon fine e l’opa della razza padana fallirebbe. Ma né Tesoro né Bankitalia si presentano. Perché?

Il direttore generale del Tesoro è Mario Draghi:
vorrebbe partecipare all'assemblea Telecom, ma lei, D’Alema, gli ordina di astenersi. Draghi chiede un ordine scritto e lei glielo scrive. La lettera
poi sparisce: mai più trovata. Pure Fazio non partecipa e manda a monte la resistenza di Bernabè: anche il governatore, come il governo, sta coi «capitani coraggiosi».

L’Italia scopre le scalate “a debito”, fatte all’inizio coi prestiti delle banche: i debiti subito dopo vengono “girati” alla stessa società scalata, che viene così caricata di una mole enorme di debiti
“impropri” difficili da digerire. Un bel giochetto. Come l’albero degli zecchini d’oro di Pinocchio.
Solo che il campo dei miracoli è in Lussemburgo:
la Bell. La Telecom diventa un castello di scatole cinesi. Al vertice c’è Hopa, la finanziaria di Gnutti in cui siedono Fininvest, Unipol e Montepaschi: una specie di Bicamerale della finanza, col Cavaliere alleato dei “rossi”.
Hopa controlla Bell, che controlla Olivetti, che controlla Tecnost, che ha la maggioranza di Telecom. A render ancora meno limpida la faccenda è la scarsa chiarezza sui veri soci di Bell.

Il presidente è Raffaello Lupi, fiscalista collaboratore del ministro Visco. Guido Rossi commenta: “Palazzo Chigi è l’unica merchant bank dove non si parla inglese”. Come dire: il
governo D’Alema non è neutrale.

Ma il regno di Colaninno dura poco. Nel 2001 torna Berlusconi, le sinistre sono allo sbando. E così pure Telecom: ancor più carica di debiti, cambia di nuovo padrone. Arriva Tronchetti.
Gnutti e Consorte mollano Colaninno. Si scopre che non sono né capitani, né coraggiosi. Sono finanzieri, non imprenditori. Raider “mordi e fuggi”. E preferiscono vendere. Colaninno è
costretto a seguirli: da solo non può reggere. È il luglio 2001: Colaninno, Gnutti e Consorte vendono a Tronchetti il 23% di Olivetti-Telecom posseduto da Bell, intascando una plusvalenza
di 1,5 miliardi di euro (3 mila miliardi di lire). Alla faccia dei tanti piccoli azionisti che restano a bocca asciutta. Per i magistrati di Milano, Bell sottrae al fisco 680 milioni. I giudici li imputano a
Gnutti e soci. Intanto Consorte e il braccio destro Sacchetti intascano da Gnutti & C una buonuscita di 43 milioni per fantomatiche “consulenze”. Quasi 90 miliardi di lire.

Berlusconi dà la benedizione a Tronchetti. Tronchetti gli compra un buco nero come Pagine Utili (per 138 milioni di euro) e gli sponsorizza il Milan con le Pagine gialle (24 milioni l’anno): lui
che è il vicepresidente dell’Inter! Poi soffoca nella culla La7, che minacciava di rubare ascolti a Mediaset con Fabio Fazio e Gad Lerner.
Ecco, ministro D’Alema: il punto è tutto politico. Qual è il suo bilancio delle due privatizzazioni Telecom? Quello dei numeri è impietoso. Nel 1999 Telecom aveva 984 milioni di euro di debiti
coi risparmiatori e 9 miliardi con le banche. Ora ne ha 12 con le banche e 34 coi risparmiatori.
La capogruppo Telecom Italia distribuisce dal ‘99 al 2006 dividendi per 18 miliardi, mentre ha prodotto utili netti per 16,4, attingendo alle riserve. Intanto i dipendenti sono passati dai 122 mila
a 83 mila. La vacca è stata munta dalla catena di controllo, altro castello di scatole cinesi tra Pirelli e Olimpia. E i piccoli soci? Oggi le azioni valgono un terzo di 8 anni fa. Nel ‘99 Telecom
capitalizzava in borsa 114 miliardi di euro. Ora meno di 40. Ha bruciato valore per 70 miliardi in 8 anni. Più di due finanziarie. E in più ha allevato al suo interno una rete spionistica da far paura,
che ha spiato pure voi Ds.

Lei Tronchetti lo frequenta da anni. Nel 2005 ha fatto persino il commentatore dell’America’s Cup per La7, insieme al ministro Castelli; e ancora l’altro giorno, mentre il governo si scannava
su Visco, era in barca con lui alla Luis Vuitton Cup. Avete mai parlato di com’è finita la Telecom?

Post scriptum. Nel 2005 Consorte e Sacchetti si danno a un’altra scalata: quella alla Bnl. Li aiutano il solito Gnutti, il solito Fazio e un’imbarcata di furbetti del quartierino che lei e Fassino
difendete pubblicamente. Forse sperate nell’arrivo di forze fresche nell’asfittico capitalismo italiano. Ma forse sbagliate cavalli. Ora, a giorni, arriveranno alla Camera le vostre telefonate
intercettate con Consorte. C’è chi insinua che non vi siate limitati a fare il tifo per le coop, ma che abbiate dato una mano alla scalata Bnl.
Voi dite di no. Ma allora, perché non giocate
d’anticipo e chiedete l’immediata pubblicazione delle telefonate? La Cdl accusa Visco di aver chiesto al gen. Speciale di trasferire i capi della Gdf di Milano perché si occupavano di Unipol o
perché c’entravano con la fuga di notizie della telefonata Consorte-Fassino. Ma, se non avete nulla da nascondere, perché non dite subito cosa c’è in quelle telefonate, prima di ritrovarvele su
qualche giornale di Berlusconi? Se la bomba è una bufala, perché non disinnescarla subito prima che qualcuno ci metta il detonatore?

In attesa di un cortese riscontro, porgo distinti saluti. 

07 / 06 / 2007

MARCO TRAVAGLIO

 




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