«Stalking?». L’investigatore sorride, lasciando intendere che non sempre i giornalisti colgono il punto. «Ma davvero qualcuno pensa che il colonnello Salvatore Paglino abbia rivelato il contenuto di inchieste così delicate solo per passione del gentil sesso?». Parte da questa evidenza il ragionamento su un’indagine destinata a sovvertire equilibri e svelare mascheramenti politici. Svelando i dettagli di quel «complotto» ai danni del premier, Silvio Berlusconi, anticipato da Panorama alla fine di gennaio. Una cospirazione che ha tra i protagonisti escort, come Patrizia D’Addario; ma anche investigatori disinvolti e qualche scaltro manovratore. L’intrigo comincia ad avere riscontri ufficiali. E già se ne vedono ruoli e concambi: pupi e pupari.

L’indagine è partita con una miccetta, che rischia di diventare un fuoco ferragostano. La castagnola è stata l’arresto di Paglino, il 2 giugno. Il colonnello è accusato dalla procura barese di avere passato ad alcune giornaliste atti d’inchieste che lui stesso coordinava. Servigi che, ipotizza il gip di Bari Sergio Di Paola, Paglino avrebbe fatto scontare con insistenti avance e telefonate, tra ottobre 2009 e aprile 2010: ben 729 chiamate a una cronista del Corriere della sera, 274 a una di Repubblica, 69 a una del Corriere del Mezzogiorno. Un comportamento replicato anche con Terry De Nicolò: la ragazza che Gianpaolo Tarantini, l’imprenditore coinvolto nell’indagine sulla malasanità pugliese, avrebbe invitato a Palazzo Grazioli, residenza romana di Berlusconi. Anche lei sarebbe stata vessata da Paglino.

Stalking e rivelazione del segreto d’ufficio. «Stronzate» taglia corto l’investigatore. L’ordinanza, in effetti, può trarre in inganno. Diciannove pagine, prevalentemente dedicate a corteggiamenti insistenti e poco ortodossi. Solo alla fine il gip, per giustificare l’arresto di Paglino, scrive che non basta l’allontanamento del colonnello: non gli impedirebbe «di reiterare condotte di reato». C’è una «rete di rapporti che l’indagato ha costruito nel tempo»: un «patrimonio di conoscenze che potrebbe ancora essere utilizzato per rivelare notizie, dati e informazioni coperte da segreto, anche con finalità ritorsive».

Per esemplificare, Di Paola riporta una telefonata tra Paglino e un certo «Mario». Di che si tratta? È il gennaio 2010, il colonnello, al telefono, è agitato. «Guarda, ripeto… Sto aspettando che mi vengano a punzonare». Mario annuisce. L’ufficiale spiega: «Tu hai presente lo scorpione come si mette con la coda quando…». Il suo interlocutore bofonchia un sì. E Paglino dettaglia: «Io sto aspettando, che così tutto quello che c’ho per iscritto lo rendiamo finalmente una volta per sempre pubblico, così la finiscono di rompere il cazzo… È un brutto clima, Mario».

Il gip non chiarisce il senso della chiamata. Chi è che «rompe il cazzo»? L’ipotesi più plausibile è che il colonnello abbia subodorato accertamenti nei suoi confronti. Del resto il 9 settembre 2009, il giorno dell’arrivo del nuovo procuratore di Bari Antonio Laudati, il Corriere della sera pubblica i verbali di Tarantini. L’interrogatorio, rivela il quotidiano, avviene proprio nella caserma della Guardia di finanza di Bari. Sono presenti sia Paglino sia Giuseppe Scelsi, titolare dell’indagine su Tarantini e D’Addario. Laudati non gradisce quella fuga di notizie, che sa d’interesse
politico. E si mette a investigare.

È un nuovo corso che, presumibilmente, infastidisce il colonnello. Così Paglino, nella telefonata trascritta dal gip, si sfoga: «Quello che c’ho per iscritto lo rendiamo finalmente pubblico». Gli inquirenti si domandano di cosa si tratti. Altre notizie? Forse sul premier? O qualcosa che può danneggiare chi sta indagando su Paglino? A insospettirli è pure la scelta del verbo: «Rendiamo». Perché la persona che sta dall’altra parte del telefono non è un Mario qualsiasi, ma Mario Ortello.

Ortello è un potente ex colonnello della Guardia di finanza. Come capo del Nucleo di polizia tributaria di Milano, ha coordinato  le indagini sulla discarica di Cerro Maggiore: fra gli indagati c’è Paolo Berlusconi, fratello del premier. Nel febbraio 2003, Ortello va a guidare il comando di Brescia. Nel settembre 2004 passa a dirigere la polizia tributaria delle Marche. Nel maggio 2006, dopo la vittoria del centrosinistra, viene chiamato a Roma dal viceministro dell’Economia Vincenzo Visco. Diventa il suo «aiutante di campo »: una nomina «anomala» di cui non viene informato nemmeno l’allora comandante generale, Roberto Speciale, oggi parlamentare del Pdl. A Roma, Ortello diventa un punto di riferimento all’interno del ministero. Sarebbe stato lui, raccontano, a gestire gli strascichi della telefonata, pubblicata dal Giornale il 31 dicembre 2005, sulla scalata alla Banca nazionale del lavoro: quella tra l’allora segretario dei Ds, Piero Fassino, e Giovanni Consorte, ex presidente dell’Unipol. L’inchiesta indispettisce Visco. Il 13 luglio 2006 sventola un foglietto sotto il naso di Speciale: ci sono appuntati i nomi di quattro ufficiali di Milano da rimuovere, che avevano indagato sull’«affaire» Bnl. Tra i suggeritori di quella «epurazione» ci sarebbe proprio Ortello.

Quando cade il governo di Romano Prodi, il colonnello lascia l’incarico. Per un breve periodo è inviato a Napoli, al comando interregionale. Poi, nell’aprile 2009, va in pensione ad appena 51 anni. Oggi guida uno studio tributario e legale di Milano. Ortello, contattato da Panorama, racconta di essere amico di Paglino «da una vita»: «Ci siamo conosciuti nel 1979» specifica. «Abbiamo fatto l’accademia insieme. Il primo anno eravamo addirittura compagni di stanza. Poi siamo andati in due comandi in provincia di Bari: io a Monopoli e lui a Fasano. Ci sentiamo spesso al telefono».

Ortello ricorda anche la chiamata citata dal gip di Bari: «Paglino era arrabbiato con qualche collega» spiega. «Però non avevo idea di chi fosse, né a che cosa si riferisse». Gli investigatori la pensano diversamente. Le chiamate di Paglino con l’ex collega sono numerose, e avrebbero un valore politico, riconducibile al ruolo che Ortello ha avuto come collaboratore di Visco. È questo il motivo per cui, nelle carte, dell’ufficiale in pensione per ora non si fa il cognome. «È vero, con Salvatore ci sentiamo spesso» conferma Ortello. «E non escludo che agli atti ci possano essere altre telefonate. Ma non mi ha mai detto nulla di compromettente». E quel «rendiamo pubblico»? Un casuale plurale maiestatis, minimizza l’ex aiutante di campo di Visco. «Da quando sono uscito dalla Finanza, io non mi occupo più di queste cose».

C’è però un contatto diretto con le inchieste baresi. Un contatto alla luce del sole: un incarico come consulente tecnico dato a Ortello da Scelsi, il pm delle escort a Palazzo Grazioli. Panorama ne ha chiesto conto all’ex colonnello: lei è stato consulente della procura nel caso D’Addario?. «Assolutamente no: non c’azzecca niente » è la risposta. «Ho solo collaborato ad altre indagini». Quali? «Per conto di Scelsi ho fatto accertamenti sulla contabilità di Tarantini». Il confine tra le due vicende pare, in verità, piuttosto labile. Certo è, però, che a Bari sono ripresi anche i contatti lavorativi fra Paglino e Ortello: «Mi passava la documentazione che mi serviva» conferma. «Mi dava assistenza come consulente tecnico. Nulla di più».

Questi sono i fatti che emergono dalla prima tranche dell’inchiesta sul «complotto». Altri emergeranno nelle prossime settimane: nuovi filoni che coinvolgono ufficiali, avvocati, politici. Fughe di notizie che potrebbero essere state pilotate. Informazioni che partono da Bari e arrivano a Roma. I primi collegamenti, ormai, sono stati scoperti.

Il ragionamento degli inquirenti è semplice. Ortello è stato uno stretto collaboratore di Visco. E da una personalità assai vicina all’ex viceministro è venuto il sibillino annuncio di una spallata che avrebbe terremotato Berlusconi. È il 14 giugno del 2009 quando Massimo D’Alema vaticina: «La vicenda italiana potrà conoscere delle scosse, non c’è dubbio. Berlusconi è animato dal mito dell’eterna giovinezza, un mito pericoloso». Il 17 giugno il Corriere della sera intervista Patrizia D’Addario: la donna parla dei suoi rapporti con il premier, favoriti da Tarantini. Il giorno dopo, il Corriere pubblica l’interrogatorio della escort davanti al pm Scelsi.

Ci siamo. La «scossa» di D’Alema è arrivata davvero: e proprio dalla procura di Bari, dove l’attuale presidente del Copasir continua a essere indiscusso deus ex machina. Le coincidenze temporali a cavallo della primavera e l’estate 2009 sono stupefacenti: in aprile Ortello lascia la Guardia di finanza, in maggio viene nominato consulente della procura di Bari, il 14 giugno D’Alema anticipa la «scossa», il 17 giugno il Corriere intervista Patrizia D’Addario, il 18 giugno il quotidiano rende note le dichiarazioni della escort al magistrato. Un tempismo più che sospetto, per gli investigatori.

Ma i sincronismi baresi non terminano. Dopo Berlusconi, a essere coinvolti a vario titolo e in diverse inchieste sono uomini vicini al governatore della Puglia, Nichi Vendola. Anche in questo caso le fughe di notizie si sprecano. Il 19 gennaio 2010 tocca anche a Vendola: i giornali scrivono che è indagato per concussione nella maxiinchiesta sulla sanità regionale. La notizia viene immediatamente smentita da Laudati. Ma le voci malevole comunque corrono. E proprio una settimana prima della sfida alle primarie del Pd contro Francesco Boccia: il candidato di D’Alema, di cui è invece arcinota l’avversione verso il governatore. Secondo la procura, la pubblicazione sarebbe stata sollecitata da un politico del centrosinistra, con una telefonata alla redazione romana di un quotidiano. L’ennesima fuga di notizie, quindi. Che poco c’entra con le pulsioni di ufficiali di mezza età.

 

http://blog.panorama.it/italia/2010/06/15/inchiesta-di-bari-qui-nasce-il-complottone-contro-berlusconi/

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