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BERSANI E COMPAGNI PERCHE' VOGLIAMO SCARICARE SU ALTRI ERRORI COMMESSI QUANDO SI STAVA AL GOVERNO ....

 

E TORNIAMO ANCORA UNA VOLTA AL PENOSO PROBLEMA : " LA MADRE DI TUTTE LE OPA"

(Matteo Colaninno e sempre deputato del PD e và in giro e in televisione a parlare di disoccupazione.......)

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Il ministro dell'Industria
"Liberalizziamo poi vendiamo tutto" -

(CORREVA A.D. XXXI - X - MCMXCIX )

Bersani: "L'Enel e l'Eni
vanno privatizzate al 100%"

"Anticiperemo la cessione delle centrali"
"Wind verrà ceduta"


di MARCO PATUCCHI

 

ROMA - "In questo Paese dove tutti sono profeti della concorrenza a parole, io non oso definirmi un liberalizzatore. Diciamo che sono un aspirante liberalizzatore". Pierluigi Bersani usa l'arma dell'ironia per allontanare le polemiche che hanno accompagnato i primi passi della riforma del mercato elettrico, e la controffensiva del ministro dell'Industria può avanzare sul velluto degli straordinari risultati dell'Opv Enel: nei fogli e nei grafici sparsi sulla scrivania, ci sono i numeri di un collocamento che passerà alla storia e, forte di questo successo, Bersani si spinge ancora più in là prefigurando la completa privatizzazione del colosso elettrico italiano. Così come di tutti gli ultimi domini dello Stato padrone.

Impegno che Bersani, comunque, non vuole assolutamente disgiungere dal cammino delle liberalizzazioni: "Una volta che nel nostro Paese ci saranno nuove regole e veri competitori, allora lo Stato finirà di essere un giocatore della partita. Il percorso ormai è tracciato: dopo il collocamento di questa prima tranche di azioni Enel, entro maggio toccherà alla liberalizzazione del mercato del gas ed entro giugno alla chiusura dell'Iri; inoltre chiariremo il ruolo dello Stato in Telecom e procederemo ancora nelle dismissioni di Eni e Enel. Insomma, dalla seconda metà del prossimo anno può cominciare una nuova fase record delle privatizzazioni, con un dato superiore ai 40.000 miliardi che contiamo di incassare a fine '99".

Scusi ministro, ma non esiste un patto interno alla maggioranza che sancisce la permanenza dell'Enel in mano pubblica?
"L'unico vincolo è quello espresso in Parlamento dall'allora presidente del Consiglio, Romano Prodi che parlò di mantenimento del controllo pubblico dell'Enel per un periodo significativo. La mia previsione è che, non appena saranno decollati i primi veri concorrenti dell'azienda elettrica, la questione del controllo pubblico si sdrammatizzerà e noi potremo procedere".

Ma questo decollo non sembra imminente. La legge che porta il suo nome ha fissato un periodo di tre anni per la dismissione delle centrali Enel e, da più parti, la riforma viene accusata di eccessiva timidezza...
"Vogliamo scherzare...l'anno scorso quando indicai il '99 come data dell'avvio della privatizzazione c'era chi faceva dei risolini: chi parla di timidezza consideri cosa è successo dal primo aprile ad oggi. Innanzitutto a giudizio di Bruxelles e della stampa internazionale l'Italia, tra i Paesi europei, è quello che dalle condizioni di partenza ha fatto il passo più lungo verso la liberalizzazione; inoltre molti leggono la riforma come una fotografia, invece presenta meccanismi dinamici che, obbligando l'Enel a disfarsi di alcune centrali e di parte della rete distributiva, hanno di fatto costretto l'azienda a predisporre un piano industriale che, a sua volta, ha accelerato il programma di privatizzazione. Senza contare come, sempre la legge di riforma, lasci al ministero dell'Industria ampia facoltà di aumentare la quota di mercato liberalizzato".

Restano i tre anni per la vendita delle centrali. Non sono troppi?
"Stiamo creando le premesse perché la dismissione avvenga prima del periodo fissato dalla normativa. Si lavorerà, ad esempio, perchè il decreto che decide le condizioni di vendita sia pronto entro la fine dell'anno. E, per quanto mi riguarda, resto affezionato all'idea che a comprare le centrali Enel siano soggetti industriali veri, in grado di prendere impegni per il futuro. Inoltre, sempre nel giro di pochi mesi sarà risolta la questione del contratto unico dei lavoratori elettrici, mentre il ripianamento del fondo previdenziale del settore è già previsto dalla Finanziaria. A quel punto, insomma, la vendita potrà iniziare".

Torniamo al completamento delle privatizzazioni. Il cammino dovrebbe risultare ancora più agevole per l'Eni, visto che in questo caso non ci sono vincoli politici...
"Però ci sono gli interrogativi strategici legati alla riforma del gas che scatterà da maggio: come dire che non si può muovere neanche un'altra azione Eni se prima non si realizza la liberalizzazione. In questo senso, gli esempi di Enel e di Telecom sono emblematici: nel primo caso abbiamo messo in fila il varo dell'Authority, poi il cambio dei manager, quindi la liberalizzazione e, infine, la privatizzazione. Con risultati positivi che sono sotto gli occhi di tutti. Nel caso di Telecom, invece, non abbiamo potuto seguire lo stesso iter logico e così i problemi sono ancora evidenti".

Evidenti e irrisolti. Nonostante l'avvento di nuovi protagonisti graditi anche a questo governo...
"Lasciamo perdere il "graditi o sgraditi". Mettiamoci in testa che gradimento o rifiuto negli assetti azionari lo deve esprimere il mercato. I bilanci della vicenda Telecom, quindi, facciamoli più in là nel tempo. Vorrei ricordare che è almeno dal '96 che non è mai stato svolto un piano industriale per questa azienda mentre, nel frattempo, l'attenzione internazionale per il settore delle Tlc ha dimostrato di poter mobilitare risorse straordinarie: dunque, provare da parte di soggetti italiani a svolgere un ruolo in questo scenario rappresentava e rappresenta ancora una sfida. E non mi sembra il caso di sollevare un clima da Guelfi e Ghibellini, quanto piuttosto di guardare alle nuove opportunità. In ogni caso, a fronte di un sistema di regolazione ormai ben avviato e vista la presenza della golden share, lo Stato non ha più ragione di rimanere azionista di Telecom".

Proprio la vicenda Telecom ha fatto emergere a tutto tondo i limiti delle privatizzazioni con la formula del nocciolo duro. Un insegnamento che, in vista delle dismissioni di Enel ed Eni, sembrerebbe spalancare la porta alle public company. E' così?
"In effetti intorno alle aziende di Stato sta crescendo un management moderno e indipendente. Dunque si intravede all'orizzonte, anche in Italia, un possibile passaggio alle public company. Il problema, semmai, è un altro e cioè la scarsità di attori finanziari capaci di svolgere un ruolo da protagonisti sui mercati".

Lei li definisce manager moderni e indipendenti, ma sono in molti a indicarli, invece, come i nuovi Mattei...
"E' un dibattito suggestivo, però alla fine si dimostrerà che il nostro Paese può contare non solo sul ceto imprenditoriale, ma anche su buoni manager indipendenti. Altro che nuovi boiardi...".

Intanto, la diversificazione dell'Enel avviata da Franco Tatò e Chicco Testa ha sollevato molte polemiche. Lei è tra i maggiori sostenitori della formula dei campioni nazionali, ma c'è chi parla di Iri del Duemila o di azienda partito..
"Vorrei chiarire che non mi piace affatto la formula dei "campioni nazionali": ciò a cui io penso è una fase di crescita di aziende capaci di competere in Italia e di muoversi nel mondo. Quanto all'Enel, se viene ridimensionata con le vendite delle centrali e di parte della rete previste dalla liberalizzazione, è giusto che reagisca cercando di crescere all'estero. Anche diversificando. Questo è un discorso valido per tutti i protagonisti dell'energia, Eni e privati compresi, perchè non si tratta di avere un solo campione per ogni settore, che rischierebbe magari di essere solo un campioncino".

L'Antitrust mette in guardia le multiutility dalla pratica dei cosiddetti sussidi incrociati: sarebbe scorretto, ad esempio, se l' Enel dirottasse le risorse del suo core business, vale a dire gli incassi delle tariffe, verso altri settori come le Tlc o la televisione piuttosto che investire per il miglioramento dei servizi elettrici. Come risponde a questo avvertimento?
"Innanzitutto osservando che può anche verificarsi il processo inverso, ossia che dalla valorizzazione di settori attigui possano derivare effetti benefici, in termini di risorse, per il core business. E poi ci sono, appunto, l'Antitrust e l'Authority che vigilano affinchè non si realizzino sussidi incrociati, mentre è la stessa legge di riforma ad obbligare l'Enel a investire nel core business".

A proposito di diversificazione Enel, che fine farà Wind? Sarà ceduta come previsto dalle delibere del Tesoro o resterà al suo posto come sembra intendere Tatò?
"E' stabilito che Wind venga ceduta dall'Enel nel medio periodo, interpretato da qualcuno come un arco di tempo pari a cinque anni, e l'impegno resta valido. Ma potrebbe risultare una questione datata perchè, chissà, magari arriverà prima la privatizzazione completa dell' intero gruppo Enel...".

(31 ottobre 1999)

http://www.repubblica.it/online/economia/enel/bersani/bersani.html
 

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